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Amo la parola nomade. Ed è un amore non corrisposto perché nonostante mi sentirei grato di fregiarmi dell’appellativo di nomade sono sempre riuscito, colpevolmente, a cavarmene fuori. I perché sono tanti e vari, ma ripeto, io amo la parola nomade. Essere nomade è uno stato di grazia temporaneo. Anche essere poeta nomade è uno stato di grazia. La grazia a sua volta è latitante, divina o umana che sia. Il nome poeti nomadi spiega la poesia come va vissuta necessariamente oggi, su una linea incerta di confine e in un territorio che non esiste più, fuori dalle cose a portata di mano, anzi del tutto fuori mano. E pensare a quante cose si vedono da una linea di confine: è uno stare in bilico sospesi, comunque uno stare, ed un giudicare soprattutto. E giudicare, scegliere il confine del bene e del male fa poesia oggi. Non c’è più l’etica sacra, certa e intangibile; sopravvive con la poesia quella profana, se la poesia sopravvive e continua a dire della vita, se non coltiva orti impermeabili.
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