di MARTIN PONI MICHARVEGAS
(Versione di MARIA LUZ LOLOY MARQUINA ed ENEA BIUMI)

   
 

(1935)

 
 

(nella foto sopra)  In piedi: il padre di Poni, Luis León Martínez; il suo bisavolo, Parín Cornaglia, suo zio materno, Néstor Cornaglia; sedute: la madre  Irma, già incinta di Poni; sua nonna materna, Manuela Carvajal. 

 
     
 

Nel deserto di Itabira
l'ombra di mio padre
mi afferrò la mano  

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1  

La fresca oscurità dove ora vai
lascia senza luce anche me 
(- o il bagliore in cui derivi sbracci corri 
penetra col suo preciso biancore il mio occhio fino ad accecarmi) 
  
Eri lontano e per questo fosti il più amato
il più desiderato il più rimpianto il misterioso 
cui volli intensamente somigliare 
  
Innanzi alla tua morte la mia bocca ho sigillato 
ho morso i denti ho rimuginato 
come uno stupido sto in attesa di pianto 
ma non una lacrima cade non una lacrima cade 
  
Per esser nuovamente al tuo fianco 
respinsi religiosi ripieghi o superstizioni
negli dei non credo né credo all’anima immortale 
non è astrazione l’uomo per me per noi
lui è la vita in tutta la sua magnificenza 
la contraddittoria vita pietosa o crudele nel suo svolgersi 
  
Mio padre era devoto cristiano cattolico non praticante 
credevi nella trasparente beatitudine di Ceferino Namuncurá 
credevi nella santità allattante di Difunta Correa
credeva nell’innocenza di tutta l’infanzia abbandonata   

Senza dare elemosina davi tetto e cibo della tua casa e del tuo piatto
raccoglievi piccoli orfani gli davi abiti compiti 
andava sempre con attorno ragazzi di strada
vidi come lavavi i loro piedi calzandogli sandali nuovi 

Ho rinunciato all'inquietudine di recitare benché scriva
a elevare preghiere benché declami versi a voce alta
muto in un giorno funesto per te non pronunciai parole 
mi colpirono certezze illuminanti per isolarle 

Tento di rifare il ritratto di un lavoratore
e sovrapposto il ritratto di un giovane delinquente
non forzerò la storia né voglio falsificare eventi
milioni di uomini sono caduti in questo e altri 6 agosto
ma fu lui ad insegnarmi con semplicità la rettitudine
fragrante amore per le cose di strada 

Fra le nebbie il fiume per chi nuoterà ha il suono del Paranà
e io vado tra le sue onde fin dove lui accosta
( - o lo spinoso deserto di cardi che percorri incroci vinci
raschia seccando la mia gola fino a farmi male) 

Difficile è stato vivere insieme per ciò fosti il più vicino
il più fantasticato il più invidiato l'imbattibile
cui volli intensamente somigliare 

Per nessuno le nostre vite servano a peso d’oro 
per noi nessuno ripeta invano il fatto
ciò che è stato è stato e ad esserlo non tornerà 
tanto per te padre come per me come per i miei figli
esperienze che apprendemmo girovagando e con dolore
il futuro solo contiene ciò che strettamente è nuovo 

Qui il sale non sala - tutto sala il sale dell’esilio 
qui lo zucchero non addolcisce - tutto rende amaro l’esilio
tuttavia l’esilio non ha distrutto il mio amor patrio
sebbene come pazzi parlassimo la stessa lingua senza comprenderci
appresi che patria è anche convenzione che i despoti sfruttano
che la nostra è quel turbine chiamato vento di libertà 
appresi che gli uomini inseguono le fonti del lavoro 
che quelle fonti interrano i loro artigli là tra gli affamati 
appresi che la libertà è la cavalla madre di queste marce forzate 
però vedo il tuo orgoglio di festa nei giorni nazionali 
e cerco di migliorare per integrare il tuo sussulto al mio   

"I valori del padre devono essere i valori del figlio"
fluttuavano i tuoi valori di uomo povero e indifeso 
lottavi senza cessare contro te stesso 
avevi regole morali di difficile lettura 
l’ingenua scrittura lacerata di un analfabeta 
e accanto alla tua fede alla tua speranza alla tua carità 
ti salvò l’ingegno popolare di voler vivere in pienezza 
certe volte pensai che ti sarebbe piaciuto vivere come i tuoi aguzzini 
  
La mia lingua è un polipo aderente al palato 
non posso piangerti e non è perché mi manchino i motivi 
fra te e me si è appena prodotto uno strappo oscuro 
cuciremo le sue labbra con delicata imbastitura
  

  
Luis porta ad Irma 
un verso d’amore scritto col lapis su di un asse del capezzale 
un asse d'umido salice non corregge errori di ortografia 
l'amore non si confonde mai 
non copiò il verso se non dal suo cuore 
Irma legge e annusa il legno 
colloca l’asse su di una cassa d’arance il suo tavolino da notte 
1935 e ancor prima 
Luis porta ad Irma 
la possibilità di lasciare il riformatorio delle suore 
dov’è internata prigioniera
dove ha visto lanciarsi dai tetti fanciulle impazzite 
e di giorno è duro rigovernare e duro il credo 
e soffre come una puledra legata alla noria interna di un cortile 
e la notte son sussurri viziosi 
e baci esperti di lingua di vecchie fanciulle 
Luis porta ad Irma 
un falso certificato che gli accredita un impiego e una casa 
il giudice dei minori non si accorge dell’inganno 
il suo lavoro è avere sogni immensi 
la sua cascina sarà quel dicembre 
la sua branda tutta l’estate sulla sponda del fiume   
  

  
La Seconda Guerra mondiale entrava nel nostro dramma 
dove saremmo vissuti come se fossimo morti? 
alcuni polacchi gridavano nella stanza allato 
mangiavano male litigavano maledicevano la notte ed il suo giorno 
alcuni napoletani favoleggiavano di rubare con la bilancia a mezzo mondo 
il cavallo impazzito entrò nel parco dove giocavamo
ti dicono che con questo frammento non può calpestarsi una poesia 
ti dicono che con questi discorsi non può sostenersi un parlamento 
marce marziali per la pace mondiale! 
l’amore gemeva attraverso sottili pareti di ponti crollati 
solo una gran pressione distorta 
farà entrare la realtà nei versi 
sebbene sillabe del tuo ricordo martellino la veridicità dell’atto 
sarà la mitraglia delle sillabe che non ti lascerà mentire 
scivoli sulla superficie resistente dello specchio 
quel volo radente di moscerini luccicanti sono le sillabe 
quella staffilata strepitosa di aquile a stormi 
portavi a passeggio il bambino per calmarlo ma insisteva 
croce rossa rutilante per la tua disperazione senza aiuto 
ti farò medico ti farò poeta ti farò marinaio 
solcherai il mare sconquassato di quel dramma di grida 
volerai sull’acqua dal mare di Usuahia fino al Baltico 
per lasciar sulla scia ciò che ti umiliava 
adesso sei più indignato perché sei più lontano 
sei precisamente sull’orlo di una confessione bruttissima 
qualcosa che non potrai sostenere senza un ricorso luminoso 
quella pesante fatica di ruote dell’ingiusto treno del mondo 
nuoteresti sulla terra con le grida di una Polonia cremata
intenderesti il gergo italiano del grammo rubato 
chiudevamo le porte le pietose persiane 
aprivamo la radio ed entrava Joe Louis 
neri colpi sulle quattro pareti 
colpi gammati ai quattro angoli del cielo 
hurras! dal ring-side de La Voz de America 
Dove saremmo vissuti come se fossimo morti? 
tamponavamo i massacri ma la seconda guerra entrava 
entrava la seconda separazione dei miei genitori 
entrava il secondo odio matrimoniale 
entrava e allucinava il bimbo rifugiato sotto il capezzale 
i suoi convogli i suoi treni i suoi carri armati le sue trincee 
fanciullo che non smette di piangere tra le mie braccia di santa pazienza 
il mio petto di tiepida spiaggia 
le mie spiagge di stupefatta madre da lì a qui 
dove sbarcavano le prime chiatte verso Iwo Jima 
o il 6 agosto cadeva sopra Hiroshima il cross atomico di Joe Louis 
  

  
Tiro questo tempo per i capelli 
gli ho teso un’imboscata e gli do il colpo di grazia 
lo sbatto contro la parete finché cade 
1945 e ancor prima 
non finii di scrivere questi compiti 
non è l’ora di compiti 
non è l’ora di dichiarazioni 
né di impura sintassi 
le bende sopra gli occhi non possono essere tolte senza dolore 
nonostante i risciacqui brandelli di vedute rimarranno sullo straccio 
La Cumbre i monti di Cordoba 
l’acqua tiepida dei bagni di alibour per i suoi occhi 
la matassa di lana invernale che sgomitoli a stento 
in Nueva Pompeya Hadita butta a terra il gelato che gli do 
ci sono mburucuyás in tutto il fiorito muro della ferriera 
mi sento oppresso e triste e con pene d’amore 
la mamma cieca il papà fuggito 
io cieco e in fuga attraversando il ponte levatoio presidente uriburu 
Hadita è maggiore di me di due anni 
ne ha undici 
e un profilo greco 
e sguardo d’acciaio ma non cattivo 
vado verso un’altra ragazza e le canto "Norma mia"
però il gelato si va sciogliendo anche oggi sulla mia strada di vergogna 
  
  

  
ora non ho voglia d’inventare 
ora non ho voglia di mentire 
sulla mia nascita 
sul luogo della mia nascita 
  
ora non vedo la luce nella maternità inaugurale 
ora niente è bianco purissimo
né lo sfregare dello straccio è nero sulle mattonelle 
ora non vedo la luce filtrata dalla fonte battesimale 
ora non odo le fredde gocce salate sopra la mia piccola testa 
ora non entrano quelle gocce nei sordi uditi 
ora non è inaugurale ora non è battesimale la luce 
ora non ho voglia 
  
ora la menzogna è chiaramente finita per me 
ora non ci sono leggende di nascita 
ora non ci sono gocce di fredde leggende 
sul libro municipale degli atti 
sul libro degli atti della mia nascita 
ora non ho la luce tetra 
  
ora mi stancai di aspettare che la bugia si aprisse 
ora mi stancai di proteggere il fraudolento fanciullo 
ora mi stancai di rimproverare alla vita il poco amore 
alla morte il disperante amore che ci sottrasse 
ora non brilla la goccia di acqua benedetta sul freddo capo 
ora non è più novembre di mattina 
ora non è più novembre in mattine di lana 
ora non è più novembre in lana celeste 
ora mi stancai di aver desideri 
  
ora mi stancai di sperare 
ora non ho desideri 
né di risolvere la verità con una menzogna 
né di risolvere la verità con una mezza menzogna 
né di attaccare la verità con un sofisma perfetto
né di attaccare la verità con la sua propria verità 
ora mi stancai ora non ho desideri 
  
ora cadde il guanto dagli occhi 
il guanto come una benda degli occhi 
il guanto di cuoio come una benda degli occhi 
il guanto di cuoio forato come una benda degli occhi 
ora non danno più ora li si vede 
ora io non voglio che diventino ciechi 
ora mi stancai 
  
su alcune cose 
io ora potrei parlare con sicura autorità 
alcune cose come una pergola in un patio per esempio 
io ora potrei spiegare come baciavo delia 
io ora potrei spiegare tutto il fumo che oggi sarà delia pereyra 
tutti i baci di fumo che delia avrà dato 
tutti i baci di delia pereyra di fumo che diedi e mi diedero 
io ora potrei parlare 
io ora potrei sentirmi depresso 
descrivere giorni come piombati al fondo 
io ora potrei maledire di essere venuto al mondo 
io ora potrei smettere di festeggiare il primus 
il primus di bronzo che è il mio cuore 
io ora potrei lasciar quieti nella fossa comune i miei quaderni azzurri 
lasciar svanire la composizione scritta a scuola 
io ora potrei tornare a casa con la cartella di lapis fischiando 
io ora potrei desiderare di non ritornare mai più 
  
ora potrei acclarare che patio bacio pergola erano testuali 
e il fumo un affettuoso fumo nero di cucina a legna 
io ora potrei dichiarare che la fossa comune era autentica 
superficie grumosa melmoso fondo per il general pacheco 
io ora potrei dire che sempre ci fecero lacrimare gli amori 
dire che non saprei staccarmi mai da dosso tutto l’odio 
  
io ora 
per esempio 
dovrei dire che non avevi bisogno di rieducarmi popolare 
non scesi nei solchi nelle cascine nelle cucine 
i cani del chilometro 26 ti latravano alle caviglie 
la notte era stellata sì 
e scintillavano azzurri tutti gli astri incendiati in lontananza sì 
però quei denti sfioravano i tuoi speroni 
e quel respiro animale di cani notturni 
tutti volemmo che finissero 
dovresti dirlo in qualche spazio aperto 
dovresti mobilitare qualcuno con questo 
dovresti dire che non è possibile rieducarsi dal basso 
la discesa è piena di vigilanti cani latranti 
dovresti far dei fori alla smorfia di qualcuno con questo 
prendere al fondo dei suoi occhi la goccia di luce di pietà popolare 
io ora 
per esempio 
  
dovrebbero credermi quando dico che non ho voglia di inventare 
dovrebbero credermi quando dico luce della sala inaugurale 
dovrebbero credermi quando dico che la menzogna terminò per me 
  
ora io potrei porre la mia firma su certi documenti importanti 
ora io potrei fare una meravigliosa rubrica da firmare 
ora io potrei dettare con inflessibili altoparlanti precisi ordini 
ora io potrei sputtanare il genocida con disinvoltura certa 
ora io potrei studiare la mia stessa vita in controluce 
o dare appuntamento ad un cliente importante però per domani 
o curare con leggi cattive gente sana 
o applicare il mio dito censore contro oscene scene 
  
io ora potrei tenere la mia clinica con centralina telefonica 
io ora potrei aver battuto il record di seimila aborti 
io ora potrei avere nel mio avere un centinaio di licenziamenti 
però il sole non ho ora che è notte 
però ora né io potrei io ora 
  
nessuno deve dubitare davanti a queste parole 
l’unico qui che dubita devo essere io 
ora che 
  
mi stancai di aspettare il mio vescovato trionfale 
mi stancai di perdere la sorte fulminante 
mi stancai di aprire la porta ai curiosi invano 
mi stancai di ordinare parole su fogli 
mi stancai di battere le palpebre 
di strofinare l’occhio d’intorno per continuare 
di chiudere lo sguardo sulla striscia giallognola della rotta 
di abbagliarmi con tutti i cartelli indicatori 
di andare a tentoni in cerca d’una referenziale meta 
mi stancai dei codici 
mi stancai della segnaletica 
mi stancai del disegno umoristico sul giornale quotidiano 
mi stancai del io ora 
  
c’è una crisi di valori 
c’è una crisi di valori rincretiniti 
c’è una crisi di valori rincretiniti senza quotazione 
c’è un crac   

crac che dice 
che duello è una profonda pena per una perdita immensa 
ora che io ora 
crac 
che dice che duello è un combattere fermo per rinforzare la vita 
  
  

  
  
Niente più che l’imprescindibile 
ciò che di perdurabile rimane tremante 
i migliori approdi del cielo per te padre 
i migliori fiumi argentini con i loro flutti 
la miglior luna piena sulla diga di San Roque
  
I migliori fiori per mio padre da qui 
che la sua morte si ricordi fragrante 
è agosto là estate ostile qui agli antipodi 
le migliori fredde pioggerelle la più brutale burrasca 
il delicato brivido dei giunchi della costa 
  
Le migliori casse da frutta con i loro traversini 
i migliori pettini d’acciaio per infilare i chiodi 
la mela più rossa della valle del Rio Negro 
il grappolo più dolce delle falde andine di Mendoza 
l’abbattuto tronco pietrificato di Chubut 
  
Riempiamo di favolose rose isolane questo silenzio 
riempiamo questo spazio di amiche mani tiepide 
riempiamo questo vuoto di pomeriggi di bar indimenticabili 
cada sulla sua cassa la zolla più grossa della terra 
  
Niente più di quello che non si può dimenticare 
il genocidio inferto come una bocca chiusa di madre 
la miglior gramigna della pampa umida per te padre 
i migliori puledri non domati  
la giovenca da latte segno di prosperità
  
Il migliore dei rispetti per mio padre da qui 
che le sue traversie si ricordino semplicemente 
è inverno lì agosto secco qui agli antipodi 
il più nudo amore di una donna sulla spiaggia per lui 
il fragoroso schiamazzo di ragazzi per lui 
  
Il miglior martello temperato per la sua mano 
il miglior grembiule di tela olona per coprire il suo petto 
il miglior rauco fischio delle undici verso il pranzo 
la miglior pietra di smeriglio per pulire i suoi calli 
il più fumoso minestrone dell’inverno   

La miglior alba sulle colline di Entre Rios 
il più cattivo giaguaro di Chaco per lui 
il miglior sciroppo di Santiago in un fiasco di vetro 
il miglior tamal il più succulento cibo nella sua pentola 
il più succoso vuoto nella sua griglia oggi eterna 
  
La miglior canoa incatramata per te padre 
l’argentata mojarrita pescata con l’amo 
le coraggiose orate che si tuffano al tuo lato 
tarariras e anguille che scappano dal tuo dito 
banchi di bagres acciughe boghe sotto il tuo molo 
  
Niente più di ciò che è strettamente necessario 
quello che non corrompe complimenti né corrode il tempo 
per andarcene come siamo venuti 
lasciando solo cose che vivano con la vita di altri 
  
Un tango una ranchera un chamamè una samba una milonga 
il miglior chiavistello per aprire il cofano dei ladri 
la miglior cabala per far saltare la banca negligente 
il miglior finale elettrizzante da testa a testa 
  
Il miglior goal del calendario di calcio 
la lotta dei galli più feroci dove sanguina il denaro 
un gioco infernale che non dia mai il culo 
le frustate della quadriga più vicina del vicinato 
il più bel sapo di bronzo che mangia tintinnando 
  
La miglior madreselva che rinnova nei cortili 
il gelsomino del paese più galante della notte 
il più ombroso ombù il più aspro fico 
il più forte lapacho che ribatte l’ascia 
la più soave salsapariglia per fumare nuovamente
  
Niente più di ciò che non si può meritoriamente dargli
la sua miglior resta di cozze il suo miglior sanguinaccio basco 
una striscia d’arrosto con cuoio di vitello sacrificato 
la miglior patata balcarceña barbabietole puntane 
il miglior ramo di garofani di un vivaio giapponese 
  
La cella meno penosa di Sierra Chica 
la miglior panca al sole nel patio di Devoto 
il certificato di buona condotta che non gli uscirà mai 
la miglior benda sopra gli occhi la migliore delle domande 
No! Che non succeda più! 
  
Solo chi conosce la fame potrà saziarci di lei 
solo chi conosce la pazzia potrà avvicinarsi senza timore 
solo chi si sente perseguitato saprà darci riparo 
solo chi passa le notti in bianco curerà l’insonnia 
  
Solo chi non ha avuto di che coprirsi ci darà calore 
solo chi ha conosciuto in lui l’infermità ci guarirà 
solo chi si avvicina alla ricchezza saprà come corrompe 
solo chi si è spogliato di tutto ci può dare qualcosa 
  
Nessuno più di chi sa conosce l’umiltà 
chi persistendo rimanga da esempio 
le migliori parole per te padre 
i migliori falò sul monte 
l’occhio vigila più attento in questa lunga notte   

I suddetti giorni multitudinari per te padre 
e non come se ogni giorno fosse l’anniversario di qualche male 
i migliori serpenti smeraldi della selva missionaria 
il miglior guanaco la miglior vigogna gli innocenti agnelli 
tutto il giardino della repubblica sulla tua tomba 
  
Il miglior staffile rozzo l’ampia gualdrappa 
il miglior sandalo domenicale di tutti i posti
lo stivaletto più elegante col tacco alto che si vide nel bailongo 
i più terribili talloni intarsiati 
la ushuta più leggera della terra per i tuoi piedi di polvere 
  
Le fluenti lacrime dei salici piangenti di Lujan 
una goccia di birra una goccia di rugiada una goccia di vino 
una goccia di miele di melassa di Jujuy 
la migliore delle quebradas risonanti al passo della tua mula 
i migliori canti del chingolo del zorzal del misto 
  
I pezzi di giacimenti d’oro dei fiumi Primo Secondo Terzo 
il migliore dei letti petroliferi del mondo 
uranio per te carne di prima scelta per te grano per te 
orzo per te mais per te latte sostanzioso per te 
farine pure macinate per te acque limpide 
per te il pane croccante come il canto del gallo nel mattino 
per te il mattino cantando come un pane croccante 
per lui che è il popolo tutto il meglio senza ripari 
per lui che è ed è stato il nostro sostegno 
tutto l’appoggio per lui che ha affrontato la morte fino a stancarla 
chi di braccia cadute non sa che cosa siano le braccia incrociate 
per lui che ha affrontato la repressione per sopravvivere 
e sopravvivendo permise che noi narrassimo 
poetassimo componessimo cantassimo 
legassimo 
i pezzi rotti riunissimo con cemento gli sforzi 
  
Niente di più che l’imprescindibile per lui questo digiuno 
ciò che bene si sente si trasmetta senza errori 
ciò che non può non riconoscere per essere lui stesso 
per lui ciò che è di lui 
ora che lo impastò lo inchiodò lo elevò lo drizzò lo remò 
lo pescò lo cacciò lo trattenne lo misurò 
lo scavò lo infilò lo involò lo montò lo segò lo ammanettò 
lo armò lo smantellò lo protesse lo mantenne 
lo tirò lo fortificò lo crebbe 
e al fine lo lasciò solo 
senza dire è mio

 
     
   
     
 

Duelo sobre duelo: Scritto nell'agosto del 1981, in Madrid. Riceve menzione nel certamen di Poesia della Rivista Plural, Messico, dello stesso anno. E' registrato ed edito in musicacassetta dalla Produccion Artesanal nel 1984, in Madrid. Dati tecnici: testo e voce, Martin Micharvegas. Musica, arrangiamento ed esecuzione: Horacio Lovecchio. Percussioni: Diego Martinez. Coda finale: Picon Sanchez e Martin Micharvegas. Tecnico di registrazione: Chema Lope de Toledo. Studio di registrazione: Lope de Toledo/Aravaca. Disegno di copertina: Maite de Castillo. Grafica: Charles Lantero. Fu presentato in aprile/maggio del 1985 nel Centro cultural de la Villa de Madrid all'interno dello spettacolo "Poemas y Canciones del Rio de la Plata", in cui partecipò anche il poeta e musicista uruguaiano Osiris Rodriguez Castillos. Fu interpretato nell'ambito della Lateinamerikanische Woche (settimana latinoamericana) dal 7 al 11 ottobre 1985 allo Studenten Zentrum (STUZ) di Zurigo, Svizzera. In cui parteciparono: Felipe Vargas (Colombia), Maya Brecher (Nicaragua), Miguel Rojas Mix (Cile), Jorge Musto (Uruguay) e Daniel Viglietti (Uruguay). Fu messo in scena a Buenos Aires il 3 e il 10 agosto del 1986 nella sala AB del Centro Cultural San Martin, durante il recital "Micharvegas: nuovos poemas/viejas canciones" con l'accompagnamento di Horacio Presti (chitarra) , Javo Micharvegas (chitarra e voce), e Diego Martinez (percussioni).
Carlos Drummond de Andrade (1902 - 1987, Brasile) partecipò al movimento letterario modernista, sorto nella Semana de Sao Paulo (1922). Giornalista professionista e funzionario pubblico, contribuì attivamente al riconoscimento dei diritti dello scrittore in Brasile, aiutando a fondare varie associazioni per questo. Sono state pubblicate delle antologie con sue poesie in Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Svezia. Tra le sue opere più conosciute figurano: "Menino antigo", "Alguma poesia", "Brejo das almas", "Sentimento do mundo", "José", "A rosa do povo", "Claro enigma".