Forse eravamo solo in venticinque, in tutta Europa, a credere nella poesia. Ma non sapevamo perché. O cosa fosse. Una nostra creatura, un'amante, la morte?

Intanto, i più ci assalivano deridendoci e beffandoci per la nostra pazza ostinazione.

Era notte. Una di quelle notti invernali piene di gelo. Da rimanere al caldo, sotto il piumone amico, tra le gambe invitanti di una donna.

Ci sporgemmo invece dalla balaustra del balcone. E sentimmo il fragore secco delle contraeree passare sulle nostre teste. Vedemmo gli Skud e i Patriot scontrarsi e annullarsi a vicenda. Udimmo l'affanno dei mezzi busti televisivi che annunciavano la guerra.

E crollarono i muri. L'odio divenne amicizia e  l'amicizia odio. E dentro l'anima un fuoco: simile al Sud Africa o alle pareli di quella casa di Germania, dove una famiglia turca veniva bruciata viva. Il fuoco ce lo portavamo addosso noi e non eravamo in grado di spegnerlo.

Non riuscivamo nemmeno a comunicare. E la notte era sempre più gelida. Qualcuno dei nostri moriva. In quanti saremmo rimasti di li a un po'? Se urlavamo, nessuno dava retta al nostro grido.

"Produzione, efficienza, consumo": questo era il patto di sopravvivenza. Mentre noi eravamo accusati di inefficienza, ozio e passività.  Chi ci poteva ascoltare? In seguito, udimmo un blues provenire dal fondo della strada. Quattro, cinque suonatori avanzavano verso di noi cadenzando le note col corpo. C'era un odore strano nella via. Come di frittelle bruciate, o caldarroste alla festa del paese. Il sassofonista guardò verso di noi. E ci sorrise. Poi non capimmo più nulla.

Il canto di un muezzim si accordava alla melodia di un rabbino. Un bianco lavava i piedi ad un nero. E un bramino s'accompagnava ad un paria. Questo vedemmo. E fu come se il sole improvvisamente nascesse ad  occidente o il deserto si popolasse di foreste impenetrabili.

Fu allora che conoscemmo il valore della poesia. Ma che cosa fosse, perché ci fosse e perché avesse contagialo noi, questo non lo sapemmo. Nonostante ciò, ne andavamo fieri. Sebbene ancora i più, qui  in Europa, continuassero a sbeffeggiarsi di noi. Avevamo altri luoghi, altri tempi, altre storie da raccontare. Consapevoli, questa volta, però, di non essere soltanto in venticinque dannati.

Oltre Oceano, oltre il Bosforo, oltre le città imperiali, qualcuno, come noi maledetto, ci stava ad ascoltare. Perché era anche di loro che noi raccontavamo. E ciò bastava per poter proseguire nel nostro cammino.

Così raccogliemmo il drogato e lo zingaro: e li proteggemmo. Togliemmo l'embargo a Cuba e all'Iraq. Stringemmo un patto d'amicizia con il popolo di Palestina e d'Israele. Pregammo Allah, Budda e Gesù Cristo. Ma credemmo soprattutto nell'uomo.

Perché è all'uomo che noi guardammo. Fuori dal suo borgo natio. Fuori dalla sua religione. Fuori dal suo particolare. Stavamo conducendo una battaglia di retroguardia. Certo. Ma decidemmo di proseguire ugualmente. Continuando, nel frattempo, a coltivare speranze sul monte della Focide. Nessuno poteva distrarci con seduzioni. Di qualsiasi genere.

E non ci demmo per vinti. Tutt'altro. Sfidammo in continuazione il comune senso del pudore. E tenacemente someggiammo fiori per il simulacro di Parnaso.

Inaudito.

Carmina non dant panem . Avvertivano i latini. E quel detto riassunse i nostri capricci. In particolar modo qui da noi, in occidente, dove metro per tutto erano il consumo e il denaro. Tuttavia, caparbia mente, ci incaponimmo nel produrre poesia, pur avendo la maggioranza contro.

Riflettemmo.

Esistevano ancora i poeti? Forse no. Forse Tien An Men li aveva intimoriti. Eppure, in qualche stagione dell'anno si poteva ancora volare sui liberi cieli del mondo. E visitare Ankara o Pechino. Scalare l'Himalaia e saggiare le profondità delle Maldive.

Ma chi osava affacciarsi su Stonehenge? Chi dissacrare Dioniso e i riti woo doo?

Il poeta forse? In fondo, la civiltà nostra, scoprimmo, era stata definitivamente sepolta. Portato a termine il suo ciclo di decadenza. Se ci fossimo attardati fra le sue calli, ne saremmo stati di lì a poco travolti.

Riflettemmo.

Non valeva la pena ritirarsi in un nostro, tranquillo, piacevole e soporifero ghetto. Non avremmo potuto produrre nulla, lo stesso. E la nostra creazione sarebbe stata un immortale aborto. Ammessa l'immortalità dell'opera poetica. Non erano quelli i nostri desideri, le nostre mire, le nostre aspirazioni.

L'incubo della sera, con il tocco del campanile paesano, non lo paventavamo più di quel tanto. Ma il caos delle città, la nevrosi dei minuti secondi, il successo: questi misuravano la nostra capacità di resistenza. E fummo di nuovo sopraffatti. Ci sorpresero le bombe, sia pure intelligenti. Le truppe dell'ONU. Aidid e la Somalia. Lo sterminio degli indios Chapas. La pulizia etnica e lo stupro sul tram. L'eritreo dato alle fiamme, una notte d'estate, alla stazione Termini di Roma: per gioco. L'avversario politico sodomizzato.

Riflettemmo.

L'illusione, intanto, si era inesorabilmente radicata nel nostro animo. Col passo del tempo. E della morte.

Il diosesso
           in un fremilo di viscere quando
                sogni prestano incubi di sensi
e giaci
        avvinghiata carne
          e il rimpianto ti morde la coscienza
ma - sai - l'ebbrezza è solo qui
 
il dioepulone
            che l'ago non passa per la cruna
                    (ma sono balle)
con gobbe sazie vanto di potenza
             godi
              chiudendo gli occhi alla miseria
briciole scansando alla pietà
 
il diomaschera
             che metti sugli stemmi
                          o sul petto
da baciare per la donna da incantare
            (ritmo nella notte discodanza)
             o sui pulpiti madonne pellegrine
perché tutti lo si possa contemplare
il diotivù
            dell'audience e dei sondaggi
                      slogans e canzoni
lacrimegioiose
           e rambo fra amori di novelas
                      isteriche bambine
di prìncipi gaudenti
 
il dioassassino
           nel regno di favelas e trapianti
                    mentre il dies irae intona
carnevalando a Rio
                e susurra
                  senza arrossire una colomba
e profundis e requiem in aeterno
 
il dioguerra
        pregno di mine e bombe intelligenti
              onnipotente nell'odio delle genti
consacrato
            in particella di napalm
                     tribùrazza da esaltare
o in campi di sterminio estirpare
incontrastati dei
          hanno ripreso a comandare
                              e noi beati
- sursum corda -
          a subire
              per riscoprire che tra i morti
oggi il necrologio
                  avanza
                           i nostri nomi.

ENEA  BIUMI