- Ho
incontrato per la prima volta Poni in un nebbioso e piovoso dicembre del
2000.
- Eravamo entrambi ad una mostra dell’amico Julio Paz, a Milano.
-
Luogo meraviglioso per un incontro di persone già amiche ancor prima di
conoscersi.
- L’arte di Julio, le parole di Poni, gli sguardi, i
sorrisi, il detto e il non detto,
- ci portarono ad accrescere i nostri
sentimenti di consapevolezza artistica.
- Fu così che si concretò
l’idea del IV Kongresso dei Poeti Nomadi.
- Anche se eravamo solo in
tre: Poni, Maria Luz ed io.
- Ci radunammo in seguito a Luino, con altri
amici poeti, in letture
estemporanee
- di poesia. “Perdersi per ritrovarsi” fu un improvvisato
motto del momento
- - come
una delle sue tante parajodas.
- E nelle fredde e perse sere della
Lombardia ci riscaldammo col ricordo
- della terra dei padri. Sì. Perché
Poni è di origini piemontesi
- e ritrovò nel cibo, nel vino, nei sapori,
nel calore di una più solida amicizia
- le sue radici disperse col tempo.
Il partigiano Aldo (ligure, ma piemontese d’adozione)
- raccontava di
quando stava per essere fucilato dai fascisti,
- o dell’addiaccio su in
montagna, che si mangiava foglie di castagno,
- e di altre avventure prima
della Liberazione. Mentre si dialogava,
- Poni disegnava. Veloce, sicuro,
con mano ferma.
- Erano volti di donna (antichi e nuovi amori? la madre?)
- che scaturivano quasi per incanto da un nero pennarello.
- Immergeva poi
un dito (oppure un sigaro) nel barbera
- e con qualche goccia di vino
coloriva le guance o gli occhi o i capelli.
- Poi io cantavo qualcosa in
dialetto milanese - canzoni del popolo: lavoro,
- lotta, amori. Lui si
accordava con accordi che sapevano di gitano: amori, lotta, lavoro.
- La
notte trascorreva così. Disegnando, cantando, parlando di poesia.